Langella e il saluto a Fabrizio Valente: «Alle 10:30 parlerà soltanto il mare»

Un ricordo personale, nato da 44 anni trascorsi tra mare, salvataggi e formazione degli assistenti bagnanti. Langella affida a Facebook il suo pensiero dopo la morte di Fabrizio Valente e annuncia il gesto simbolico con cui domenica il mondo balneare gli renderà omaggio.

Ci sono notizie che si leggono e altre che, inevitabilmente, riportano indietro nel tempo. È quanto accaduto a Gianfranco Langella, che su Facebook ha affidato a un lungo e intenso messaggio il proprio ricordo di Fabrizio Valente, assistente bagnante morto dopo essere intervenuto in mare nel tentativo di soccorrere persone in difficoltà.

Per Langella non si tratta soltanto della commozione davanti alla perdita di una vita. Il suo legame con quel mondo affonda infatti le radici in 44 anni di esperienza come assistente bagnante, durante i quali racconta di aver effettuato numerosi salvataggi e di aver formato tanti giovani, insegnando loro tecniche di intervento, rispetto per il mare e responsabilità verso la vita degli altri.

«Ho visto cose bellissime e cose terribili», scrive, ricordando la gioia di riuscire a riportare qualcuno a riva ma anche quei momenti nei quali chi soccorre è perfettamente consapevole di mettere a rischio la propria vita.

È proprio questa esperienza a rendere particolarmente dolorosa per lui la morte di Fabrizio Valente.

Secondo quanto ricordato da Langella nel suo post, Valente era un assistente bagnante esperto e aveva dedicato parte della propria attività anche alla preparazione degli altri. Nel giorno della tragedia sarebbe riuscito dapprima a portare in salvo una persona, per poi intervenire nuovamente nel tentativo di soccorrerne un’altra. Un secondo intervento dal quale, purtroppo, non è tornato.

Domenica, alle 10:30, nell’ora indicata come quella della sua morte, è previsto un momento di commemorazione particolarmente suggestivo.

Gli assistenti bagnanti si allontaneranno dalla battigia a bordo dei loro pattini e, una volta al largo, nel silenzio del mare, solleveranno un remo verso il cielo.

Un’immagine che Langella racchiude in poche parole:

«Un gesto semplice. Un remo. Il mare. Il cielo. E il ricordo di Fabrizio.»

Nel suo intervento c’è anche una riflessione sul ruolo dell’assistente bagnante, troppo spesso percepito semplicemente come colui che sorveglia una spiaggia. Per Langella è esattamente il contrario: è una professione nella quale non ci si può improvvisare. Occorrono preparazione, esperienza, maturità e capacità di assumersi responsabilità enormi, perché nel momento del pericolo accade qualcosa di paradossale: mentre tutti cercano di uscire dall’acqua, l’assistente bagnante è quello che deve entrarci.

Il post diventa così anche una difesa del mondo balneare e delle famiglie che da generazioni lavorano sulle coste. Langella esprime una posizione fortemente critica rispetto agli effetti della direttiva Bolkestein e al rischio che realtà costruite attraverso decenni di lavoro possano essere soppiantate da grandi società e multinazionali.

Ma è lui stesso a tracciare un confine netto: domenica non sarà il momento delle polemiche.

«Alle 10:30 parlerà soltanto il mare», scrive.

Ed è probabilmente questa la frase che meglio riassume l’intero messaggio.

Langella conclude il suo ricordo unendo due mondi che hanno segnato la sua vita: il cielo e il mare.

«Io nella mia vita ho lavorato per i cieli, ma l’ho sempre detto: il mio cielo è il mare.»

Domenica, quando i pattini saranno al largo e i remi verranno sollevati, quel mare diventerà per qualche istante un luogo di silenzio e memoria.

Un saluto collettivo a Fabrizio Valente e, insieme, un riconoscimento a tutti coloro che ogni giorno sorvegliano le nostre coste sapendo che, quando il mare cambia volto e qualcuno chiede aiuto, il loro lavoro può trasformarsi in pochi secondi in una scelta di coraggio.

Perché, come scrive Langella nelle ultime righe del suo messaggio:

«Uomini così se ne vanno dalla nostra vista, ma dal mare non se ne vanno mai.»

Santa Maria La Palma ricorda Fabrizio Calaresu

… un anno dopo il dolore diventa speranza….

“Sic parvis magna”

A un anno dalla tragica scomparsa di Fabrizio Calaresu, Santa Maria La Palma si è stretta attorno alla sua famiglia in una serata intensa, fatta di raccoglimento, ricordi e speranza. Il 22 luglio 2025 Fabrizio perse la vita in un incidente stradale mentre si recava al lavoro, a pochi passi da casa. Una ferita che, a distanza di un anno, continua a essere viva nella comunità.

La commemorazione non è stata soltanto il ricordo di una giovane vita spezzata, ma anche un messaggio forte lanciato dalla famiglia. La mamma Lorenza, il papà Costantino, la sorella Chiara, insieme ai parenti, agli amici e a quanti hanno voluto essere presenti, hanno scelto di trasformare un dolore immenso in un invito a non arrendersi, a guardare avanti e a continuare a vivere con la forza che Fabrizio avrebbe voluto vedere nei suoi cari.

La serata si è aperta con la Santa Messa, resa ancora più emozionante dai canti di Su Coro S’Ena Frisca di Putifigari, che ha accompagnato la celebrazione con grande sensibilità. Successivamente la piazza è diventata il luogo della condivisione dei ricordi, grazie a un palco allestito per l’occasione e a un microfono ripristinato all’ultimo momento per consentire a chiunque lo desiderasse di dedicare un pensiero a Fabrizio.

Ad arricchire il programma sono state anche le esibizioni del Gruppo Folk Putifigari, con i suoi colori e le sue danze, e ancora le voci del Coro S’Ena Frisca, diretto dal maestro Dario Pinna.

Uno dei momenti più toccanti è stato quello dedicato ai compagni di classe di Fabrizio. Accompagnati dalla chitarra del professor Roberto Sechi, hanno affidato alla musica e alle parole il ricordo di un amico con cui hanno condiviso anni di scuola, rendendo evidente quanto la sua assenza continui a pesare nei loro cuori.

Durante la serata è stato richiamato anche il celebre motto latino “Sic parvis magna”, ovvero “dalle piccole cose nascono le grandi”. Un’espressione che ha assunto un significato profondo: anche da un dolore immenso può nascere un messaggio capace di unire una comunità e di alimentare la speranza.

Quella di ieri non è stata una serata semplice. Dietro ogni sorriso, ogni parola e ogni nota musicale c’erano emozioni difficili da trattenere. Ma proprio per questo il ricordo di Fabrizio si è trasformato in un abbraccio collettivo, capace di testimoniare che l’amore, la memoria e la solidarietà possono essere più forti della sofferenza.

L’aeroporto di Alghero si rinnova

Ma chi torna a casa a piedi la sera cerca ancora un passaggio sicuro

All’aeroporto di Alghero i lavori si vedono eccome. Recinzioni arancioni, barriere metalliche, pali con le luci rosse e bianche che di notte segnano i confini del cantiere. Un intervento importante, atteso, che cambierà in meglio la viabilità e gli accessi all’aerostazione. Fin qui tutto bene.

Il problema emerge quando ci si sposta a piedi, di sera, verso la zona dell’ex scuola di volo Alitalia. Lì, sul lato nord dell’aerostazione, il cantiere ha chiuso il marciapiede che costeggiava la recinzione aeroportuale. Un centinaio di metri, forse meno. Ma erano l’unico percorso pedonale protetto tra la fermata del bus e le abitazioni dei residenti che vivono oltre l’area aeroportuale.

Quel passaggio non c’è più. E al suo posto non è stato messo niente.

Chi scende dall’autobus — compreso l’ultimo della sera, intorno alle 23 — e deve andare a casa, si trova a dover percorrere un giro enormemente più lungo e camminare direttamente sulla strada, in mezzo alle auto che transitano anche a velocità sostenuta e alle vetture in sosta lasciate da chi aspetta i passeggeri in arrivo. Niente marciapiede alternativo, niente percorso segnalato, niente che separi fisicamente il pedone dal traffico.

Di notte, in quel tratto, ci si sente esposti. Perché lo si è.

Non sono grandi numeri, ma sono persone reali: famiglie, lavoratori, anziani, ragazzi che usano il bus tutti i giorni e che adesso devono fare i conti con una situazione che nessuno aveva probabilmente messo in conto quando il cantiere è stato organizzato. «Cammini in mezzo alla strada», dice chi lo fa ogni sera. «Le macchine passano vicine, quelle parcheggiate tolgono ancora più spazio. Non sai dove metterti».

La cosa che colpisce è che la soluzione non sembra lontana. Il marciapiede originale esiste ancora — è stato chiuso, non demolito.

Basterebbe un varco protetto, anche stretto, anche provvisorio, per ridare ai pedoni un passaggio separato dalla carreggiata. Se per ragioni di cantiere non fosse possibile, si potrebbe pensare a un percorso temporaneo segnalato, oppure — soluzione forse ancora più semplice — aggiungere provvisoriamente una fermata del bus verso l’ex scuola di volo, fronte distaccamento dei Vigili del Fuoco aeroportuali, così da avvicinare il punto di discesa alle abitazioni ed evitare il tratto più critico.

Nessuna di queste cose fermerebbe i lavori. Richiederebbero un sopralluogo, qualche ora di lavoro, una decisione.

I cantieri grandi a volte hanno questo effetto: si guarda al risultato finale — giusto farlo — e qualche dettaglio sfugge. Questo è uno di quei dettagli. Non è una colpa, è una di quelle cose che succedono.

Ma adesso che è evidente, vale la pena trovare una soluzione.

Perché ogni sera, a quell’ora, c’è qualcuno che deve solo tornare a casa.

E dovrebbe poterlo fare senza doversi guardare le spalle.

Le fotografie che accompagnano questa segnalazione sono state scattate nell’area interessata dai lavori, nelle ore serali e notturne del 06 giugno 2026 da alcuni residenti che subiscono il disagio.

Santa Maria La Palma Corre, quinta edizione da oltre 230 partecipanti tra corsa, camminata e sapori del territorio

Domenica 24 maggio la borgata ha ospitato la gara podistica sui 13 chilometri e la camminata di 6 km. Sul podio Giuseppe Fenu, Giuseppe Corda, Angelo Canu, Anna Maria Ballone, Michela Pensè e Tiziana Camedda. L’assessore Daga in gara con il pettorale numero 3, e tre bambini: Riccardo Perino, Gabriele Ruiu e Gabriele Carta, tra i protagonisti della giornata.

C’era il sole, c’era il caldo tipico di fine maggio, e c’erano oltre 230 persone pronte a correre o camminare per le strade di Santa Maria La Palma. Domenica 24 maggio è andata in scena la quinta edizione della Santa Maria La Palma Corre, appuntamento ormai consolidato nel calendario sportivo della borgata algherese, organizzato dal Comitato di borgata con la partecipazione delle istituzioni cittadine e il sostegno della comunità locale.

Una manifestazione che, edizione dopo edizione, ha trovato una sua identità precisa: non una gara di élite, non una macchina organizzativa fredda e distante, ma qualcosa di più vicino a una festa di paese con le scarpe da corsa. E anche stavolta ha funzionato.

Duecento e più, tra corsa e camminata

Gli iscritti complessivi hanno superato quota 230, distribuiti tra la prova podistica competitiva sui 13 chilometri e la camminata non competitiva di 6 km. Quest’ultima ha registrato una partecipazione significativa — oltre 100 persone — a conferma che la Santa Maria La Palma Corre non è solo una questione di cronometro. Famiglie, cittadini, appassionati di passeggiate e semplici curiosi hanno scelto di esserci, a modo loro. Ed è una delle cose che rendono questo appuntamento diverso da molte altre gare podistiche del territorio.

Il caldo si è fatto sentire fin dalle prime ore della mattina, ma non ha tolto nulla alla voglia di partecipare. Anzi, c’era un’atmosfera rilassata e positiva, quella che si trova negli eventi che funzionano non perché tutto è perfetto, ma perché la gente ci crede davvero.

Le istituzioni in campo, nel senso letterale

Alla partenza erano presenti il sindaco di Alghero Raimondo Cacciotto e il presidente del Consiglio comunale Mimmo Pirisi, che ha dato lo starter ufficiale alla gara. Presenze istituzionali attese, ma non formali: in una manifestazione come questa, essere lì vuol dire qualcosa.

Il caso più parlato della mattinata, però, è stato un altro. L’assessore allo Sport Enrico Daga si è presentato alla partenza con il pettorale numero 3 e le scarpe da corsa ai piedi, e ha affrontato il percorso da 13 chilometri insieme agli altri atleti. L’invito a partecipare gli era stato rivolto pubblicamente da Amabile Simbula durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento. Daga non si è tirato indietro. Un gesto semplice, che non ha bisogno di grandi commenti: in una gara popolare, un amministratore che scende in campo vale più di qualsiasi discorso ufficiale.

I risultati della gara

Sul piano sportivo, nella prova maschile sui 13 chilometri ha vinto Giuseppe Fenu, precedendo Giuseppe Corda e Angelo Canu.

In campo femminile il primo posto è andato ad Anna Maria Ballone e Michela Pensè che hanno tagliato il traguardo insieme seguite da Tiziana Camedda.

Classifiche brevi, ma meritate. In una gara di questo tipo, dove il confine tra agonismo e partecipazione è sottile, arrivare al traguardo è già un risultato.

Riccardo Perino, Gabriele Ruiu e Gabriele Carta,: i più piccoli sul percorso

Uno dei momenti più apprezzati della giornata è stato vedere tre bambini — Gabriele, Riccardo e l’altro Gabriele — cimentarsi con il percorso da 13 chilometri. Non erano lì per vincere, naturalmente. Ma erano lì, e questo basta. In un’epoca in cui i bambini faticano sempre più a staccarsi dagli schermi, vederli su un percorso di gara, con le gambe in movimento e il fiatone, fa un certo effetto. Per loro va un applauso a parte, indipendente da qualsiasi classifica. Sono loro, in fondo, il futuro di questo appuntamento.

Il terzo tempo, quello che resta

A manifestazione conclusa, è arrivato il momento forse più atteso da molti: il cosiddetto terzo tempo, con i prodotti del territorio a fare da protagonisti. Fragole, pomodorini, vini, miele e altre eccellenze dell’agro algherese hanno animato il momento conviviale che ha chiuso la mattinata. Niente di elaborato, niente di artificioso: solo buon cibo locale, qualche chiacchiera sulla gara appena finita e la soddisfazione di chi ha partecipato a qualcosa che vale la pena fare.

Ha chiuso in bellezza anche l’estrazione finale di prodotti locali, che ha coinvolto i partecipanti e ribadito — se ce ne fosse ancora bisogno — il legame stretto tra questa manifestazione e il territorio che la ospita.

Alla prossima

Alla fine della mattinata, tra chi si asciugava il sudore e chi già riprendeva fiato attorno ai tavoli, il commento più ricorrente era già uno: ci vediamo alla sesta. Perché quando una cosa funziona davvero, non serve aggiungere molto altro.

Quinta edizione della gara di Santa Maria La Palma: domenica 24 maggio si corre attorno al lago di Baratz

Partenza alle 9.30. Due percorsi: camminata di 6 km e corsa di 13 km. Iscrizioni aperte, modulo in fondo all’articolo.

La notizia utile prima di tutto: domenica 24 maggio 2026, alle 9.30, si disputa la quinta edizione della gara podistica organizzata dal Comitato di Borgata di Santa Maria La Palma. Due percorsi vicino al lago di Baratz, uno da 6 chilometri aperto a tutti e uno da 13 per chi vuole qualcosa di più impegnativo. Le iscrizioni sono già aperte e il modulo si può scaricare in fondo a questo articolo.

La manifestazione è stata presentata ieri pomeriggio nella sala consiliare del Comune di Alghero, a Villa Maria Pia. Una conferenza stampa partecipata, con il sindaco Raimondo Cacciotto, il presidente del Consiglio comunale Mimmo Pirisi, l’assessore allo Sport Enrico Daga e il presidente del Comitato di Borgata Amabile Simbula accompagnato dai consiglieri del CDB Giorgio Meloni e Mario Nonne.

La conferenza stampa:

La presentazione ha seguito il formato classico delle conferenze istituzionali: tavolo, microfono, interventi in sequenza. Ma al di là della forma, i contenuti hanno confermato che attorno a questa gara c’è un interesse reale, non solo di facciata.

Il sindaco Cacciotto ha aperto i lavori inserendo l’appuntamento nel quadro più ampio di quello che ha definito uno “straordinario 2026” per Alghero. Ha ricordato di aver partecipato alle premiazioni dell’edizione precedente e di essere rimasto colpito dall’atmosfera: famiglie, volontari, corridori, un clima che raramente si trova negli eventi sportivi più strutturati. Ha ringraziato Amabile Simbula, gli sponsor e chi ha lavorato all’organizzazione — e non si è trattato di un ringraziamento di circostanza, almeno a giudicare dal tono.

Mimmo Pirisi, presidente del Consiglio comunale, ha invitato i cittadini a partecipare, sottolineando che la gara è anche un modo per conoscere l’agro algherese, quei pezzi di territorio che restano spesso fuori dai circuiti più frequentati. Una mattinata all’aperto, accessibile a grandi e piccoli, che porta le persone in luoghi altrimenti poco raccontati.

L’assessore allo Sport Enrico Daga ha inquadrato l’evento nella vocazione naturale del territorio per gli sport outdoor, sottolineando come appuntamenti di questo tipo contribuiscano a mettere in valore l’agro algherese non soltanto nei mesi estivi.

Le pettorine ufficiali.

A chiudere la conferenza stampa, un momento più informale. Amabile Simbula ha consegnato le pettorine ufficiali della gara ai rappresentanti istituzionali presenti: il sindaco Cacciotto ha ricevuto il numero 1, il presidente del Consiglio Pirisi il numero 2, l’assessore allo Sport Daga il numero 3. Un gesto simbolico, ma che dice qualcosa sul tono della manifestazione: non solo dichiarazioni d’intenti, ma un invito concreto a esserci, domenica mattina, ai blocchi di partenza.

Il Comitato di Borgata e la crescita della manifestazione.

Il cuore della conferenza, però, era Amabile Simbula. È lui il presidente del Comitato di Borgata di Santa Maria La Palma, ed è dalla sua realtà che questa gara è nata e cresciuta nel tempo.

Cinque edizioni non si mettono in piedi per caso. Simbula e Nonne hanno ripercorso il percorso della manifestazione: un’idea locale, nata in borgata, che anno dopo anno ha allargato il raggio fino ad avere una partecipazione di respiro regionale.

Non è una cosa scontata – aggiunge Giorgio Meloni -dietro ci sono riunioni, permessi, telefonate, volontari da coordinare, sponsor da convincere, logistica da gestire. Tutto questo con le risorse e le energie di un comitato di borgata, non di una struttura professionale. Il risultato, alla quinta edizione, è un evento che funziona. Che porta persone a Santa Maria La Palma, che muove famiglie, che fa conoscere un territorio spesso trascurato dai riflettori. Non serve enfatizzare: i numeri delle edizioni precedenti parlano da soli.

Il territorio come protagonista: Baratz, la Cantina, l’agro.

Uno degli elementi che distingue questa gara da una semplice corsa domenicale è il contesto in cui si svolge. I percorsi si sviluppano vicino al lago di Baratz, in un’area di notevole interesse ambientale e paesaggistico. Sei chilometri per chi cammina, tredici per chi corre: in entrambi i casi, si parla di un tracciato che vale la pena fare anche solo per i luoghi che attraversa.

Ma c’è di più. Il passaggio dalla Cantina Santa Maria La Palma è diventato uno degli elementi caratteristici della manifestazione. Sport e produzione locale si incontrano nello stesso spazio, senza forzature. Non è un gadget promozionale: è la realtà dell’agro algherese che entra direttamente nell’evento. Chi partecipa non solo corre o cammina — attraversa un pezzo di territorio vivo, fatto di vigne, di lago, di borgata.

È questo, probabilmente, il motivo per cui la gara continua a crescere. Non si tratta solo di cronometri e classifiche. È un appuntamento che racconta Santa Maria La Palma e l’agro algherese in modo diretto, concreto, senza bisogno di dépliant.

Come partecipare

L’appuntamento è fissato per domenica 24 maggio 2026, con partenza alle 9.30. I due percorsi sono la camminata di 6 chilometri, aperta a tutti senza particolari requisiti agonistici, e la corsa di 13 chilometri per chi vuole misurarsi su un tracciato più lungo.

Le iscrizioni sono già aperte. Il modulo è disponibile in fondo a questo articolo.

Torna la Santa Maria La Palma Corre: quinta edizione per la corsa campestre tra i vigneti

Domenica 24 maggio 2026, partenza alle 9.30. Due percorsi, uno per tutti: 6 km di camminata e 13 km di corsa attorno al lago di Baratz. Iscrizioni aperte, modulo scaricabile in fondo all’articolo.

Cinque edizioni, una comunità intera che corre. Torna puntuale l’appuntamento più atteso della borgata algherese: la Santa Maria La Palma Corre 2026, corsa e camminata campestre organizzata dal Comitato di Borgata Santa Maria La Palma con il patrocinio del Comune di Alghero e la Fondazione Alghero. Un evento che negli anni è diventato molto più di una semplice gara: è una festa del territorio, un rito collettivo tra filari di vite, campi aperti e il paesaggio della laguna.

Il percorso da 13 km — riservato alla corsa — si snoda attorno all’area naturalistica del lago di Baratz, con tredici punti di riferimento lungo un tracciato ad anello che parte e arriva nel cuore della borgata. Per chi preferisce godersi la mattinata a passo più tranquillo, è prevista una camminata di 6 km, aperta a tutti, famiglie incluse.

«Un’occasione per riscoprire il territorio a piedi, tra natura, sport e convivialità — come solo Santa Maria La Palma sa fare.»

La quota di iscrizione è fissata a 10 euro, comprensiva di pettorina e sacca merenda. La partenza è prevista per le ore 9.30; le iscrizioni dell’ultimo minuto sono possibili la mattina stessa dell’evento a partire dalle ore 8.00. Ci si può iscrivere contattando il numero 3296915388, oppure recandosi presso il Tabacchino S.M. La Palma o il Tabacchino Pisanu Marcella in Via XX Settembre.

L’evento vede la partecipazione e il sostegno di numerose attività e realtà sportive locali. Maggiori dettagli — percorsi, classifiche, premi e programma della giornata — saranno comunicati dopo la conferenza stampa ufficiale. Nel frattempo, chi vuole assicurarsi il proprio posto in gara può già scaricare e compilare il modulo di iscrizione disponibile qui sotto.

Modulo di iscrizione — Dichiarazione liberatoria adulti

Compila e porta il modulo firmato il giorno della gara (o consegnalo in anticipo presso i punti di iscrizione). Valido per la corsa/camminata ludico motoria di 13 km.

Quando 123 ragazzi portano sul palco le parole: il Concorso “Luca Scognamillo” ad Alghero

Ci sono mattine che non si raccontano facilmente. Non perché manchino le parole, ma perché quelle giuste arrivano dopo.

Al Cinema Miramare di Alghero, giovedì 23 aprile, è successo qualcosa che va oltre una premiazione. C’erano 123 ragazzi. Un palco. E un tempo sospeso, durato quasi tre ore, in cui nessuno aveva fretta di andare via. Non è scontato. Non lo è vedere un’intera sala piena – 375 posti – restare in silenzio, attenta, partecipe. Non lo è, soprattutto, quando i protagonisti sono i ragazzi. Eppure è successo.

Un concorso che negli anni è diventato altro

Il Concorso “Luca Scognamillo” non è più solo un concorso. Negli anni è cresciuto, ha cambiato forma, ha allargato i suoi confini. Sempre più scuole, sempre più studenti. Anche istituti tecnici e professionali, che hanno portato dentro il loro sguardo, il loro modo di sentire. Segno che il bisogno di esprimersi non appartiene a pochi. È qualcosa che attraversa tutti.

L’inizio: quando il silenzio dice tutto

La mattinata si è aperta senza spiegazioni. Un video. Le immagini di Luca. E sotto, una chitarra: quella di Sebastiano Deriu, che ha composto un brano solo per lui. Poi la poesia. “Per i miei versi” recitata da Sofia D’Ambrosio. E subito dopo, qualcosa che non era previsto sulla carta, ma che è rimasto dentro: il monologo di Debora Fermo. Parole scritte da una ragazza che Luca non lo ha mai conosciuto. Eppure lo ha sentito. Ha detto, in modo semplice e vero, che si può conoscere qualcuno anche così: attraverso le sue parole. Ed è stato, forse, uno dei momenti più autentici della mattinata.

Quando le parole trovano un suono

Le poesie non sono rimaste sole. Ad accompagnarle, la musica di Andrea Ibba, che con la sua tastiera Roland ha saputo stare accanto alle parole, senza mai sovrastarle. E intorno, la luce. Quella costruita da Diego Riu, insieme ad Alessandra Adezovic e Ilaria Carta, che hanno dato forma allo spazio, rendendolo parte della narrazione.

Una comunità che si riconosce

Sul palco sono saliti uno dopo l’altro. Con emozione, con timidezza, con orgoglio. Dietro ogni nome, una storia. Dietro ogni lavoro, un tentativo: dire qualcosa di sé. A rendere possibile tutto questo, un lavoro silenzioso ma fondamentale: quello della professoressa Vannina Oggiano, che da anni accompagna con cura l’organizzazione del concorso. E quello della commissione, che ha ascoltato, letto, osservato.

Un luogo che accoglie

Il Cinema Miramare, per il terzo anno, ha aperto le sue porte. E non è solo una questione di spazio – pur importante, visto il numero di presenze – ma di disponibilità, di attenzione, di vicinanza ai ragazzi.  Così come il sostegno del Comune di Alghero e della Fondazione Alghero, che ha donato ai partecipanti il volume “Gaudì a l’Alguer”. Segni concreti. Che fanno la differenza.

Alla fine, cosa resta Alla fine restano gli applausi, sì. Le foto, i premi, i nomi. Ma non è quello. Resta il silenzio di prima. Quello che ascolta. Resta la sensazione che qualcosa sia passato, da una persona all’altra.

Come succede con le parole vere.

E forse è proprio questo il senso più profondo di tutto: che la poesia non appartiene a chi la scrive. Appartiene a chi la riconosce.

E giovedì, al Cinema Miramare,

123 ragazzi l’hanno riconosciuta.

Alghero, al Miramare la premiazione del Concorso “Luca Scognamillo”

Giovedì 23 aprile la 12ª edizione dell’iniziativa voluta dalla famiglia Scognamillo: nata come concorso di poesia, oggi coinvolge gli studenti delle scuole superiori tra racconto, canzone e arte

Ad Alghero si rinnova un appuntamento che, nel tempo, ha saputo ritagliarsi uno spazio preciso nel mondo della scuola e della cultura cittadina. Giovedì 23 aprile, alle 10.30, al Cinema Miramare, si terrà la premiazione della 12ª edizione del Concorso “Luca Scognamillo”, iniziativa dedicata agli studenti delle scuole superiori e voluta dalla famiglia Scognamillo.

Oggi il concorso comprende poesia, racconto, canzone e arte. Ma all’inizio tutto era partito dalla poesia. Un percorso che negli anni si è allargato, mantenendo però intatto il senso originario: offrire ai ragazzi uno spazio serio in cui esprimersi, mettersi in gioco e dare forma ai propri pensieri.

Non è secondaria, in questo senso, la scelta del Cinema Miramare come sede della premiazione. Una cornice che, come già si è visto nelle precedenti edizioni, consente di accogliere il grande afflusso di giovani che ruota attorno al concorso. Non solo i partecipanti, quindi, ma anche tanti studenti che, pur senza essere in gara con un proprio elaborato, prendono parte all’evento per accompagnare e sostenere i compagni di scuola, trasformando la premiazione in un momento di partecipazione corale tra studenti.

La prima edizione si era svolta nella sala conferenze del liceo classico Manno, con una partecipazione che già allora aveva dato il segno della forza dell’iniziativa. A prendervi parte furono 38 studenti provenienti dallo scientifico “Fermi”, dal liceo classico-linguistico “Manno” e dal liceo artistico “Costantino”.

In quell’occasione, il dirigente scolastico Antonello Colledanchise aveva sottolineato la qualità delle poesie presentate, spiegando come proprio il livello degli elaborati confermasse la buona riuscita del concorso, nato con l’obiettivo di far esprimere i giovani attraverso la poesia, proprio come faceva Luca.

Da quella prima edizione il concorso è cresciuto, si è aperto ad altri linguaggi ed è diventato un appuntamento riconoscibile nel calendario cittadino. Con il tempo si sono ampliate le sezioni e si è allargato anche lo spazio dato ai ragazzi per raccontarsi ed esprimersi.

Le poesie di Luca possono essere lette anche sulla pagina Facebook “Come d’Autunno – Percorso poetico di Luca Scognamillo”, costantemente aggiornata e dedicata alla sua produzione poetica. La pagina è disponibile all’indirizzo facebook.com/comedautunno e continua a raccogliere e condividere i suoi scritti. Un lavoro prezioso, che restituisce la misura di quanto Luca abbia scritto e che consegna alla città di Alghero un patrimonio culturale di cui andare fiera.

L’edizione 2026 è curata dall’Associazione Mill’Anni, in collaborazione con gli istituti superiori “Enrico Fermi” e “Angelo Roth”, con il sostegno del Comune di Alghero e della Fondazione Alghero.

A fare da filo conduttore resta anche una frase di Luca Scognamillo, riportata nella locandina del concorso: “Ad ogni ragazzo, ad ogni uomo con un sogno che sia quello di fare qualcosa di grande che rimanga per sempre per sé e per il mondo”.

Il concorso continua a offrire ai ragazzi uno spazio vero in cui esprimersi.

Codrongianos, il lunedì del calcio educativo

Allenamento gratuito per giovani atleti del nord Sardegna: tecnici uniti in un progetto che punta alla crescita personale oltre il risultato.

L’iniziativa nasce dagli allenatori dell’A.S.D. Club Sardegna, realtà inserita nel più ampio Progetto Mab&Co, impegnata nello sviluppo del potenziale umano dei giovani attraverso percorsi educativi che uniscono formazione sportiva e crescita personale.

Il progetto Club Sardegna – l’Academy che forma persone e atleti è nato con l’obiettivo di offrire opportunità ai giovani, puntando sullo sviluppo del potenziale individuale come base per la crescita sportiva ed educativa.

All’Academy di Arborea si sono affiancate nel tempo altre realtà, tra cui l’Academy di Selargius, dedicata al multisport, e l’Academy di Codrongianos, punto di riferimento per il nord Sardegna nella formazione dei ragazzi Under 12 e Under 13 e delle ragazze Under 14 e Under 15.

La valorizzazione del singolo atleta, che contribuisce al rafforzamento del gruppo, si sviluppa attraverso incontri settimanali articolati in attività pratica sul campo e momenti formativi dedicati anche ad allenatori, dirigenti e genitori.

A sostenere il percorso è lo staff dell’A.S.D. Club Sardegna, inserita nel Progetto Mab&Co, composto da figure con competenze tecniche, educative e formative: Mister Angelo Agus, direttore tecnico; Mister Claudio Pani, club manager; Maestro Vittorio Sanna, formatore; Professor Pittiu Joele, responsabile del metodo; Mister Beniamino Sotgiu e Mister Pier Franco Simula, formatori e allenatori; Mister Maria Grazia Spanu, formatrice e allenatrice; Mister Giovanni Casali, allenatore dei portieri; Dott. Bruno Di Basilio, medico.

Un gruppo di lavoro che affianca alla preparazione sportiva un percorso educativo orientato alla crescita personale dei giovani atleti, attraverso attività in campo e momenti formativi dedicati anche ad allenatori, dirigenti e famiglie.

Allenarsi. Correre. Sbagliare. Riprovare.
Fin qui, tutto normale. È il calcio.

Ma a Codrongianos, il lunedì, succede qualcosa in più. Il campo sportivo diventa un luogo dove lo sport torna ad avere il suo significato più autentico: formare persone, prima ancora che giocatori.

Allenatori provenienti da diverse realtà del nord Sardegna hanno scelto di aderire a un’iniziativa sociale che mette al centro i più giovani. Ogni lunedì si ritrovano insieme a giovanissimi atleti arrivati da diversi paesi del territorio per una seduta di allenamento gratuita che va oltre il semplice lavoro tecnico.

L’iniziativa ha trovato il sostegno del Comune di Codrongianos, che ha condiviso le finalità del progetto orientato a mettere al centro l’educazione attraverso lo sport. L’amministrazione comunale ha collaborato concretamente mettendo a disposizione l’impianto sportivo di Codrongianos, consentendo lo svolgimento degli incontri settimanali dedicati ai giovani atleti provenienti da tutto il nord Sardegna.

Non solo tecnica, non solo tattica. Ma educazione, responsabilità, consapevolezza.

Le immagini raccontano un progetto che prova a riportare il calcio al suo senso più vero. Si vedono attenzione, disciplina, spirito di gruppo. Il classico allenamento? Sì… ma con qualcosa in più.

Dietro ogni esercizio c’è un percorso educativo strutturato che unisce sport e formazione umana.

Allenamento e confronto, dentro e fuori dal campo

Parallelamente all’attività sportiva, i ragazzi partecipano a momenti di incontro e riflessione con tecnici, formatori e figure educative. Non la solita predica motivazionale, ma un confronto concreto su temi spesso lasciati sullo sfondo: gestione dell’errore, rispetto delle regole, capacità di reagire alle difficoltà.

Durante uno degli incontri, una frase proiettata su una slide ha sintetizzato lo spirito dell’iniziativa:

“Sbagliare non è brutto, è un amico che ci insegna a fare le cose meglio.”

Parole semplici. Ma chi ha vissuto lo sport sa che sono tutto.

Dalla documentazione emerge un’impostazione chiara: il progetto non si limita all’allenamento settimanale, ma costruisce un percorso di crescita completo. Staff qualificato, ruoli definiti, collaborazione con il territorio e attenzione alla dimensione educativa del calcio.

L’obiettivo è offrire ai ragazzi strumenti utili dentro e fuori dal campo: autonomia, fiducia, capacità di affrontare le sconfitte senza cercare alibi.

Perché il talento, da solo, non basta. Serve testa. Serve carattere.

Una rete educativa che parte dal territorio

Il lunedì, al campo sportivo di Codrongianos, non è un giorno qualunque. È il momento in cui il calcio torna ad essere un punto di incontro. Un’occasione per crescere. Un luogo dove qualcuno dedica tempo ai più giovani senza chiedere nulla in cambio.

Allenatori e formatori lavorano su un concetto chiaro: il risultato non è tutto. Conta il modo in cui ci si arriva.

Il calcio diventa così una palestra di responsabilità. Si impara a gestire una sconfitta, a rispettare le regole, a stare dentro un gruppo. Si impara che il talento, senza disciplina, dura poco.

Guardando le foto si coglie un dettaglio spesso dimenticato: i ragazzi ascoltano. Sono coinvolti. Non subiscono la lezione, partecipano.

In un’epoca in cui tutto corre veloce, fermarsi a spiegare il valore dell’impegno, dell’errore e del rispetto è quasi controcorrente. Ma probabilmente è proprio quello che serve.

L’iniziativa coinvolge tecnici che hanno deciso di collaborare, superando logiche di appartenenza a singole società. Un lavoro condiviso che mette al centro il bene dei ragazzi e crea una rete educativa diffusa nel nord Sardegna.

Il campo di Codrongianos diventa così un luogo dove incontrarsi, confrontarsi, imparare. Senza quote di iscrizione, senza selezioni, senza pressioni legate al risultato.

Il progetto guarda anche oltre il territorio.
Giovani atleti coinvolti nel progetto educativo internazionale avviato in Senegal.
Il progetto promosso dagli allenatori coinvolti nell’iniziativa mira a offrire anche ai giovani del Senegal un percorso educativo attraverso il calcio, valorizzando disciplina, rispetto e spirito di gruppo. Un’esperienza che unisce sport e formazione personale, con l’obiettivo di creare opportunità di crescita e inclusione sociale anche in contesti con minori risorse.

Solo calcio, nel senso più pulito del termine.

Un pallone che rotola.
Un gruppo che ascolta.
Qualcuno che dedica tempo.

Il calcio, quando è fatto bene, resta una delle scuole più concrete che esistano. Non promette scorciatoie. Ma costruisce fondamenta.

E quelle, di solito, durano.

Cosa succede in città

Storia di un ragazzo e di ciò che non abbiamo voluto vedere

C’è una canzone di Vasco Rossi che lo chiede da quarant’anni.
Cosa succede in città.
Non è una domanda leggera. È uno schiaffo.

Parla di una città che va avanti come se niente fosse, mentre sotto la superficie c’è disagio, solitudine, droga, persone che scivolano via senza lasciare traccia. Nessuna morale, nessun dito puntato. Solo una constatazione amara: le cose succedono, ma nessuno guarda davvero.

Cambiano le luci, cambiano le parole, cambiano le mode.
La cecità no.

La città corre. Discute di tutto, ogni giorno. Sicurezza, decoro, eventi, futuro. Parole che si accavallano, riunioni, post, prese di posizione.
Ma mentre corre, non guarda.

Non guarda il disagio giovanile.
Non guarda la droga che continua a mangiarsi vite.
Non guarda chi resta indietro.

Parlarne è diventato scomodo. Quasi inutile. Retorica buona per le ricorrenze, per qualche convegno, per i soliti slogan. Poi si passa oltre. Perché questo mondo non ha tempo per gli altri.

E invece oggi, a meno di una settimana da Natale, un ragazzo di 23 anni non c’è più.

Un ragazzo cresciuto in una realtà difficile, senza punti di riferimento solidi. Cresciuto senza un sostegno vero, senza una guida, senza qualcuno che tenesse il timone quando il mare ha iniziato a muoversi. Una vita fragile fin dall’inizio, lasciata scivolare piano nell’indifferenza generale.

E quando succede, arrivano puntuali le frasi che servono a mettere distanza:
“Era un tossico.”
“Se l’è cercata.”
“Di che ci stupiamo?”

Parole comode. Parole che assolvono tutti. Parole che tengono lontani dai problemi sociali veri.

Eppure lui chiedeva aiuto.
Lo chiedeva a modo suo. In modo scomposto, arrabbiato, difficile da gestire. Ma lo chiedeva. Più volte aveva detto chiaramente di non sentirsi in pace, di non stare bene in un mondo che gli girava le spalle. Chiedeva aiuto ad alta voce. E trovava solo silenzio.

La sua frustrazione nasceva tutta lì. Continuava a chiedere, ma nessuno rispondeva davvero.
Così ha continuato a navigare, giorno dopo giorno, in una vita sempre più storta. Per non pensare si stordiva, cercava di spegnere la testa. Non era “voglia di farsi”. Era dipendenza. Una gabbia da cui non riusciva a uscire da solo.

Ha provato anche a cambiare strada. Una comunità. Tre mesi. Un tentativo vero.
Poi un errore, l’alcol, e una porta chiusa in faccia. Di nuovo fuori.

Da lì, l’ospedale. Spesso. In condizioni pietose. Il Pronto Soccorso come unico approdo. Forse perché era l’unico luogo dove trovava ancora un briciolo di umanità: qualcosa da mangiare, una coperta, un posto dove dormire. Anche se il suo modo irrequieto faceva arrabbiare molti, lì era l’unico posto dove, almeno per qualche ora, si sentiva visto e voluto bene.

Due giorni prima di morire era lì.
Poi è uscito.

Due giorni dopo lo hanno trovato morto, in una dimora di fortuna condivisa con altri giovani nella sua stessa condizione.

Non parliamo di diagnosi.
Parliamo dell’ultimo buco.

E la domanda resta lì, scomoda, pesante:
quell’ultimo buco era consapevolmente l’ultimo?

Lo sapeva?
O era solo l’ennesimo tentativo di spegnere tutto, ancora una volta?

Forse c’entra anche il Natale che si avvicinava. Un altro Natale da emarginato. Un altro Natale vissuto sentendosi di troppo, rifiutato, evitato. Un altro Natale senza una casa vera, senza qualcuno che ti aspetta.
Per molti è luce. Per altri è solo un amplificatore del vuoto.

Ora non c’è più un ragazzo di 23 anni che ha provato a vivere.
Ma da solo, in una città che corre e non guarda, per lui era impossibile.

Non scriviamo il suo nome. Lo omettiamo per rispetto della sua anima.
Dopo il calvario di questa vita, vogliamo credere che ora sia in un mondo migliore. Un mondo dove non esistono più etichette, né rifiuti, né porte chiuse.
E dove, finalmente, non serve più chiedere aiuto ad alta voce.

Cosa succede in città, Vasco lo chiedeva allora.
Oggi la risposta è davanti a noi.
E continuiamo a non volerla vedere.