Storia di un ragazzo e di ciò che non abbiamo voluto vedere
C’è una canzone di Vasco Rossi che lo chiede da quarant’anni.
Cosa succede in città.
Non è una domanda leggera. È uno schiaffo.
Parla di una città che va avanti come se niente fosse, mentre sotto la superficie c’è disagio, solitudine, droga, persone che scivolano via senza lasciare traccia. Nessuna morale, nessun dito puntato. Solo una constatazione amara: le cose succedono, ma nessuno guarda davvero.
Cambiano le luci, cambiano le parole, cambiano le mode.
La cecità no.
La città corre. Discute di tutto, ogni giorno. Sicurezza, decoro, eventi, futuro. Parole che si accavallano, riunioni, post, prese di posizione.
Ma mentre corre, non guarda.
Non guarda il disagio giovanile.
Non guarda la droga che continua a mangiarsi vite.
Non guarda chi resta indietro.
Parlarne è diventato scomodo. Quasi inutile. Retorica buona per le ricorrenze, per qualche convegno, per i soliti slogan. Poi si passa oltre. Perché questo mondo non ha tempo per gli altri.
E invece oggi, a meno di una settimana da Natale, un ragazzo di 23 anni non c’è più.
Un ragazzo cresciuto in una realtà difficile, senza punti di riferimento solidi. Cresciuto senza un sostegno vero, senza una guida, senza qualcuno che tenesse il timone quando il mare ha iniziato a muoversi. Una vita fragile fin dall’inizio, lasciata scivolare piano nell’indifferenza generale.
E quando succede, arrivano puntuali le frasi che servono a mettere distanza:
“Era un tossico.”
“Se l’è cercata.”
“Di che ci stupiamo?”
Parole comode. Parole che assolvono tutti. Parole che tengono lontani dai problemi sociali veri.
Eppure lui chiedeva aiuto.
Lo chiedeva a modo suo. In modo scomposto, arrabbiato, difficile da gestire. Ma lo chiedeva. Più volte aveva detto chiaramente di non sentirsi in pace, di non stare bene in un mondo che gli girava le spalle. Chiedeva aiuto ad alta voce. E trovava solo silenzio.
La sua frustrazione nasceva tutta lì. Continuava a chiedere, ma nessuno rispondeva davvero.
Così ha continuato a navigare, giorno dopo giorno, in una vita sempre più storta. Per non pensare si stordiva, cercava di spegnere la testa. Non era “voglia di farsi”. Era dipendenza. Una gabbia da cui non riusciva a uscire da solo.
Ha provato anche a cambiare strada. Una comunità. Tre mesi. Un tentativo vero.
Poi un errore, l’alcol, e una porta chiusa in faccia. Di nuovo fuori.
Da lì, l’ospedale. Spesso. In condizioni pietose. Il Pronto Soccorso come unico approdo. Forse perché era l’unico luogo dove trovava ancora un briciolo di umanità: qualcosa da mangiare, una coperta, un posto dove dormire. Anche se il suo modo irrequieto faceva arrabbiare molti, lì era l’unico posto dove, almeno per qualche ora, si sentiva visto e voluto bene.
Due giorni prima di morire era lì.
Poi è uscito.
Due giorni dopo lo hanno trovato morto, in una dimora di fortuna condivisa con altri giovani nella sua stessa condizione.
Non parliamo di diagnosi.
Parliamo dell’ultimo buco.
E la domanda resta lì, scomoda, pesante:
quell’ultimo buco era consapevolmente l’ultimo?
Lo sapeva?
O era solo l’ennesimo tentativo di spegnere tutto, ancora una volta?
Forse c’entra anche il Natale che si avvicinava. Un altro Natale da emarginato. Un altro Natale vissuto sentendosi di troppo, rifiutato, evitato. Un altro Natale senza una casa vera, senza qualcuno che ti aspetta.
Per molti è luce. Per altri è solo un amplificatore del vuoto.
Ora non c’è più un ragazzo di 23 anni che ha provato a vivere.
Ma da solo, in una città che corre e non guarda, per lui era impossibile.
Non scriviamo il suo nome. Lo omettiamo per rispetto della sua anima.
Dopo il calvario di questa vita, vogliamo credere che ora sia in un mondo migliore. Un mondo dove non esistono più etichette, né rifiuti, né porte chiuse.
E dove, finalmente, non serve più chiedere aiuto ad alta voce.
Cosa succede in città, Vasco lo chiedeva allora.
Oggi la risposta è davanti a noi.
E continuiamo a non volerla vedere.