Franco Lai, da Alghero al titolo mondiale di Muay Thai

oltre un centinaio di combattimenti, quattro cinture, un solo desiderio: restare fuori dai riflettori.
Ci sono carriere sportive che diventano famose quasi quanto i risultati che le hanno costruite. E ce ne sono altre, forse ancora più affascinanti, che bisogna andare a cercare dietro le cinture, nelle fotografie di un altro tempo e nella memoria di chi quei ring li ha vissuti davvero. Siamo negli anni 90 e sotto le luci del Palazzetto dello Sport di Sassari, un algherese cresciuto tra Full Contact, Savate e Muay Thai conquista il titolo iridato professionisti. È la storia di Franco Lai: – campione del mondo professionisti di Muay Thay – un centinaio di combattimenti da dilettante e 42 da professionista, la maglia della Nazionale, un passaggio da atleta a coach azzurro — e una carriera vissuta quasi in silenzio.

C’è una sera, al Palazzetto dello Sport di Sassari “PalaSegni”, in cui la cintura del titolo mondiale professionisti di Muay Thai si tinge di un “giallorosso algherese”. Fuori dal ring, la sua Alghero e Sardegna tutta. Dentro, un avversario da battere. Quella sera Franco Lai diventa campione del mondo. E il giorno dopo, sui giornali, se ne parla poco.

Non è una stranezza. È la cifra di tutta la sua storia.

Algherese, atleta della Nazionale italiana, campione italiano, europeo, intercontinentale e infine mondiale professionisti: Franco Lai è stato uno dei protagonisti della generazione che ha costruito, mattone su mattone, la crescita della Muay Thai e degli sport da combattimento in Italia, in un’epoca in cui queste discipline erano ancora lontanissime dalla popolarità di oggi. Ed è anche uno degli atleti la cui notorietà pubblica racconta molto meno di quanto racconti il suo palmarès.

In parte per una ragione precisa: durante una fase importante della sua attività agonistica, la sua professione gli imponeva una particolare discrezione, incompatibile con l’esposizione mediatica che normalmente accompagna un atleta internazionale di fama come lo è un campione del mondo un campione europeo o un campione campione intercontinentale. Franco Lai ha conquistato tutte queste cinture. In parte per una ragione più semplice, che è lo stesso Lai a raccontare oggi: la notorietà, di per sé, non è mai stata ciò che cercava. C’erano gli allenamenti, gli avversari, i viaggi, la Nazionale, il prossimo incontro. Prima il ring e poi, eventualmente, tutto il resto.

Il risultato è quasi un paradosso: un campione del mondo che ha affrontato combattenti di mezzo pianeta, vestito la maglia azzurra e conquistato quattro titoli, rimasto meno conosciuto dal grande pubblico di quanto la sua carriera meriterebbe.

Oltre cento combattimenti, prima ancora delle cinture

Per capire la dimensione reale di questa carriera non basta fermarsi alle cinture. Bisogna guardare ai numeri che le hanno rese possibili.

Franco Lai ricorda di aver disputato circa un centinaio di combattimenti da dilettante, ai quali si aggiungono 42 incontri da professionista Classe A. È un patrimonio agonistico costruito round dopo round, attraverso discipline diverse: Full Contact, Kickboxing sotto l’egida WKA, Savate e infine, sempre più decisamente, la Muay Thai, lo sport nel quale avrebbe raggiunto i risultati più prestigiosi.

Dietro una cintura mondiale, in altre parole, non c’è mai un fatto isolato. Ci sono anni di preparazione, di viaggi, di vittorie e sconfitte, di palestre e sacrifici, di avversari affrontati e dimenticati e altri mai dimenticati. La cintura è il vertice di una montagna che si è cominciato a scalare molto tempo prima.

Ed è anche il racconto di un’epoca particolare degli sport da combattimento italiani, in cui i confini tra le diverse discipline erano tutt’altro che rigidi. Molti dei protagonisti di quella stagione — una generazione cresciuta tra Karate Contact, Full Contact, Kickboxing e infine Muay Thai — passarono attraverso specialità differenti prima di trovare una propria identità tecnica definitiva. Si combatteva, ci si confrontava, si imparava attraverso regolamenti e scuole diverse, spesso senza sapere in anticipo dove tutto quel percorso avrebbe portato. Non esisteva ancora la struttura di oggi: per emergere bisognava viaggiare, cercare avversari, convincere organizzatori e palestre a credere in discipline che stavano ancora conquistando il proprio spazio nel panorama sportivo nazionale. Non c’erano social network, piattaforme video, la possibilità di trasformare un incontro disputato la sera in un fenomeno virale la mattina dopo. Lai appartiene per intero a quella generazione — insieme a nomi e scuole che hanno lasciato un segno nella storia italiana degli sport da combattimento, come Roberto Fragale, Marco De Cesaris, Stefano Giannessi, Flavio Galessi e Giorgio Perreca.

Fu proprio con la scuola pisana di Roberto Fragale che la carriera di Lai si intrecciò in modo significativo: la documentazione storica della scuola ricorda le conquiste delle corone professionistiche WAKO ottenute da Franco Lai nel 1999, collocandolo tra gli atleti protagonisti della crescita internazionale di quell’esperienza.

Gli avversari: dalla Thailandia all’élite europea

In quel centinaio abbondante di combattimenti, Lai affrontò avversari provenienti da molte parti del mondo. Thailandesi compresi. E tra i grandi fighters europei incrociati sul ring restano, negli archivi e nella memoria, nomi come Marino De Florin, François Pennacchio, Benatia Mustafa e Phipps Nurce — oltre a molti altri avversari di cui, dopo tanti anni e tanti round, non si conserva più con precisione ogni dettaglio.

Basta il nome di François Pennacchio, da solo, a far comprendere il livello di quella scena internazionale: il francese è stato campione mondiale di Savate e più volte campione mondiale di Kickboxing, protagonista negli anni Novanta di incontri contro alcuni dei nomi più importanti della propria generazione. Non erano, quelli di Lai, semplici incontri. Erano confronti con l’élite europea e mondiale degli sport da combattimento.

Tra questi, uno resta documentato con particolare precisione: nel 1997, in Sardegna, Lai affrontò il francese Tidiani Biga, con in palio il titolo europeo WAKO Pro. Biga apparteneva a una scuola francese di altissimo livello e sarebbe diventato, di lì a poco, campione europeo e mondiale. Fu un confronto internazionale di grande livello, terminato con la vittoria del francese. Anche una notte senza cintura, però, può raccontare la grandezza di una carriera: perché il valore di un combattente non si misura solo nei titoli conquistati, ma anche nella qualità degli uomini che ha accettato di affrontare. E negli anni, Franco Lai ne affrontò molti.

Dalla Nazionale al titolo mondiale

Il passaggio alla dimensione internazionale portò Lai a vestire la maglia della Nazionale italiana di Muay Thai. Anche qui il suo nome resta negli archivi: con l’Italia conquistò una medaglia di bronzo ai Campionati Mondiali dilettanti, entrando nel gruppo di atleti che contribuirono ai primi risultati internazionali della Nazionale italiana della disciplina.

Poi arrivò il professionismo, e con esso una progressione netta: il titolo italiano, quello europeo, la corona intercontinentale WAKO Pro nei 71 kg e infine il traguardo più importante, il titolo di Campione del Mondo WAKO Pro nei 71 kg. Gli archivi storici della scuola di Marco De Cesaris indicano Franco Lai come campione mondiale e intercontinentale professionisti nei 71 chilogrammi. Il racconto di un percorso che parte da Alghero fino ad arrivare al vertice internazionale della disciplina.

La Sardegna intorno al ring, Alghero nel cuore

C’è però un elemento che rende questa storia ancora più particolare. Lai ha combattuto lontano, ha affrontato avversari stranieri, ha vestito i colori della Nazionale: una carriera che, per definizione, ha sempre superato i confini della Sardegna. Eppure il legame con la sua terra non si è mai spezzato. Quando le condizioni lo permettevano, era proprio la Sardegna a diventare il luogo in cui disputare alcuni degli incontri destinati a segnare la sua carriera. E non furono incontri qualsiasi.

Al Palazzetto dello Sport di Porto Torres, Franco Lai conquistò il titolo intercontinentale professionisti. Al Palazzetto dello Sport di Sassari arrivò il combattimento più importante: quello per il titolo mondiale professionisti. Sul ring, quella sera, c’era in palio una cintura iridata. Intorno al ring, c’era la sua Sardegna.

Non è soltanto un dettaglio geografico. Per un atleta significa affrontare uno dei momenti decisivi della propria carriera sapendo che, a pochi metri, c’è la gente della propria terra. Significa aver viaggiato abbastanza da conoscere il mondo e, quando arriva l’occasione di giocarsi la cintura più importante, scegliere comunque di farlo anche davanti a casa. Un algherese diventato campione del mondo in Sardegna: la Sardegna intorno al ring, Alghero nel cuore.

Da atleta della Nazionale a coach della Nazionale

Arriva poi, nella vita di quasi tutti i grandi sportivi, un momento in cui il significato di ciò che hanno imparato comincia a cambiare: non serve più soltanto a vincere, comincia a servire a insegnare.

Franco Lai è passato così dal rappresentare la Nazionale italiana sul ring al lavorare come coach della stessa Nazionale di Muay Thai.

Ricorda in particolare l’esperienza degli Europei di Caorle e quella vissuta con la rappresentativa italiana a Bangkok, nella patria della disciplina — le date esatte di queste tappe meritano ancora una ricostruzione documentale definitiva, ma il significato sportivo è già chiaro. Prima atleta azzurro, scelto per combattere. Poi uomo chiamato ad accompagnare e preparare altri atleti azzurri, scelto per ciò che aveva imparato combattendo. È uno dei passaggi che raccontano meglio l’evoluzione di questa carriera.

Il maestro, i libri, l’eredità

La stessa logica ha accompagnato Lai negli anni successivi. Terminata l’attività agonistica, non ha abbandonato la disciplina: lo ritroviamo come maestro di Muay Thai a Livorno, impegnato nella formazione di nuove generazioni di praticanti e atleti. Nel 2019 la stampa livornese lo presentava ancora come 13° Khan, campione italiano, europeo e pluricampione mondiale WAKO Pro, attivo nell’insegnamento e nella diffusione della cultura della Muay Thai.

A questo capitolo se ne aggiunge un altro, meno conosciuto: il lavoro editoriale e tecnico svolto accanto al maestro Marco De Cesaris, uno dei pionieri italiani della disciplina.

Lai ricorda di aver partecipato alla realizzazione di un volume sulla Muay Thai, pubblicato in lingua inglese e italiana e ristampato più volte — Lezioni di Muay Thai: Thai Boxing.

L’esperienza di Lai, insomma, non si è mai fermata al ring: è diventata insegnamento, formazione, trasmissione tecnica.

Il campione che non cercava i riflettori

Siamo abituati oggi a misurare la grandezza sportiva anche attraverso la notorietà: follower, interviste, video, sponsor, presenza mediatica costante. Franco Lai appartiene a un’altra epoca, e per molti aspetti a un’altra concezione dello sport. Durante una parte della carriera non poteva esporsi troppo, per le ragioni legate alla sua professione. E quando avrebbe potuto farlo, semplicemente, non era ciò che gli interessava di più.

Questa distanza dai riflettori può aver contribuito a rendere il suo nome meno conosciuto di quanto le dimensioni reali della sua carriera meriterebbero. Ma non cambia ciò che è accaduto. Anzi, forse rende ancora più necessario raccontarlo.

Perché questa non è soltanto la storia di un atleta che ha vinto delle cinture. È la storia di un algherese che ha disputato oltre cento combattimenti tra dilettantismo e professionismo, affrontato fighters provenienti da tutto il mondo — thailandesi compresi —, vestito i colori della Nazionale italiana, conquistato titoli internazionali e raggiunto il titolo mondiale professionisti. È la storia di un combattente che ha scelto, quando possibile, di portare alcune delle sfide più importanti proprio nella sua terra: a Porto Torres campione intercontinentale, a Sassari campione del mondo. Ed è, infine, la storia di un passaggio dall’altra parte delle corde: da atleta della Nazionale a coach della Nazionale, da combattente a maestro, dal patrimonio personale di esperienza alla volontà di trasmetterlo agli altri.

È forse questo che distingue una grande carriera da un semplice palmarès. Le cinture raccontano ciò che un atleta ha vinto. Quello che lascia agli altri racconta ciò che è diventato.

Riportare oggi alla luce la storia di Franco Lai non significa indulgere nella nostalgia. Significa restituire ad Alghero e alla Sardegna una pagina della propria memoria sportiva. Perché prima dei social, prima dei video virali, molto prima che gli sport da combattimento diventassero quello che conosciamo oggi, un algherese saliva sui ring italiani e internazionali, affrontava i migliori della propria generazione e arrivava fino al titolo mondiale. Senza troppo rumore. Senza inseguire i riflettori.

La Sardegna intorno al ring. Alghero nel cuore.

Le cinture passano di mano.

I riflettori prima o poi si spengono.

Gli anni corrono.

La storia, invece, resta.

E una pagina di quella storia porta il nome di Franco Lai.

Langella e il saluto a Fabrizio Valente: «Alle 10:30 parlerà soltanto il mare»

Un ricordo personale, nato da 44 anni trascorsi tra mare, salvataggi e formazione degli assistenti bagnanti. Langella affida a Facebook il suo pensiero dopo la morte di Fabrizio Valente e annuncia il gesto simbolico con cui domenica il mondo balneare gli renderà omaggio.

Ci sono notizie che si leggono e altre che, inevitabilmente, riportano indietro nel tempo. È quanto accaduto a Gianfranco Langella, che su Facebook ha affidato a un lungo e intenso messaggio il proprio ricordo di Fabrizio Valente, assistente bagnante morto dopo essere intervenuto in mare nel tentativo di soccorrere persone in difficoltà.

Per Langella non si tratta soltanto della commozione davanti alla perdita di una vita. Il suo legame con quel mondo affonda infatti le radici in 44 anni di esperienza come assistente bagnante, durante i quali racconta di aver effettuato numerosi salvataggi e di aver formato tanti giovani, insegnando loro tecniche di intervento, rispetto per il mare e responsabilità verso la vita degli altri.

«Ho visto cose bellissime e cose terribili», scrive, ricordando la gioia di riuscire a riportare qualcuno a riva ma anche quei momenti nei quali chi soccorre è perfettamente consapevole di mettere a rischio la propria vita.

È proprio questa esperienza a rendere particolarmente dolorosa per lui la morte di Fabrizio Valente.

Secondo quanto ricordato da Langella nel suo post, Valente era un assistente bagnante esperto e aveva dedicato parte della propria attività anche alla preparazione degli altri. Nel giorno della tragedia sarebbe riuscito dapprima a portare in salvo una persona, per poi intervenire nuovamente nel tentativo di soccorrerne un’altra. Un secondo intervento dal quale, purtroppo, non è tornato.

Domenica, alle 10:30, nell’ora indicata come quella della sua morte, è previsto un momento di commemorazione particolarmente suggestivo.

Gli assistenti bagnanti si allontaneranno dalla battigia a bordo dei loro pattini e, una volta al largo, nel silenzio del mare, solleveranno un remo verso il cielo.

Un’immagine che Langella racchiude in poche parole:

«Un gesto semplice. Un remo. Il mare. Il cielo. E il ricordo di Fabrizio.»

Nel suo intervento c’è anche una riflessione sul ruolo dell’assistente bagnante, troppo spesso percepito semplicemente come colui che sorveglia una spiaggia. Per Langella è esattamente il contrario: è una professione nella quale non ci si può improvvisare. Occorrono preparazione, esperienza, maturità e capacità di assumersi responsabilità enormi, perché nel momento del pericolo accade qualcosa di paradossale: mentre tutti cercano di uscire dall’acqua, l’assistente bagnante è quello che deve entrarci.

Il post diventa così anche una difesa del mondo balneare e delle famiglie che da generazioni lavorano sulle coste. Langella esprime una posizione fortemente critica rispetto agli effetti della direttiva Bolkestein e al rischio che realtà costruite attraverso decenni di lavoro possano essere soppiantate da grandi società e multinazionali.

Ma è lui stesso a tracciare un confine netto: domenica non sarà il momento delle polemiche.

«Alle 10:30 parlerà soltanto il mare», scrive.

Ed è probabilmente questa la frase che meglio riassume l’intero messaggio.

Langella conclude il suo ricordo unendo due mondi che hanno segnato la sua vita: il cielo e il mare.

«Io nella mia vita ho lavorato per i cieli, ma l’ho sempre detto: il mio cielo è il mare.»

Domenica, quando i pattini saranno al largo e i remi verranno sollevati, quel mare diventerà per qualche istante un luogo di silenzio e memoria.

Un saluto collettivo a Fabrizio Valente e, insieme, un riconoscimento a tutti coloro che ogni giorno sorvegliano le nostre coste sapendo che, quando il mare cambia volto e qualcuno chiede aiuto, il loro lavoro può trasformarsi in pochi secondi in una scelta di coraggio.

Perché, come scrive Langella nelle ultime righe del suo messaggio:

«Uomini così se ne vanno dalla nostra vista, ma dal mare non se ne vanno mai.»

ALE SCATIZZI torna con “L’ESTATE STA FINENDO”

PROMO MUSICA

Una nuova veste per un brano simbolo dell’estate italiana disponibile dal 9 agosto 2026

Ale Scatizzi torna sulla scena musicale con “L’Estate sta finendo”, una nuova interpretazione di uno dei brani più iconici della musica italiana degli anni Ottanta.

Non una semplice cover, ma una rilettura personale che conserva l’identità e la forza evocativa della canzone originale, accompagnandola verso una sonorità contemporanea e riconoscibile.

Il nuovo arrangiamento porta la firma di Stefano De Donato, bassista e fondatore dei Dirotta su Cuba, musicista e autore che ha contribuito a dare al progetto una nuova identità sonora.

UN’ESTATE, UN RICORDO, UNA NUOVA PARTENZA

“L’Estate sta finendo” è una canzone che appartiene alla memoria collettiva di più generazioni. Dietro la leggerezza del suo ritornello racconta qualcosa che tutti abbiamo vissuto almeno una volta: la fine di un’estate, il passare del tempo, i ricordi e quella sottile malinconia che accompagna qualcosa di bello quando sta per terminare. È proprio da questa emozione che nasce la versione di Ale Scatizzi. Un brano del passato che torna nel presente con una nuova sensibilità, mantenendo intatto quel legame immediato con l’estate italiana.

IL RITORNO DI ALE SCATIZZI

Per Ale Scatizzi questo singolo rappresenta anche un nuovo capitolo del proprio percorso artistico.

Una storia musicale iniziata molti anni fa, attraversata da incontri, produzioni, esperienze dal vivo e collaborazioni, ma anche da un lungo periodo lontano dalle dinamiche del mondo discografico.

Oggi Ale torna alla musica con una consapevolezza diversa e con il desiderio di rimettere al centro ciò che ha sempre rappresentato il punto di partenza del suo percorso: le emozioni.

“L’Estate sta finendo” diventa così il primo passo di una nuova fase artistica, nella quale passato e presente si incontrano senza nostalgia fine a se stessa, ma con la volontà di trasformare i ricordi in nuova musica.

UN NUOVO PERCORSO

Il singolo apre una stagione di nuovi progetti per Ale Scatizzi e anticipa un percorso che proseguirà nei prossimi mesi con nuove pubblicazioni.

Un ritorno costruito senza rincorrere il tempo perduto, ma partendo proprio dal tempo vissuto.

Perché alcune canzoni finiscono insieme a un’estate.

Altre, invece, riescono a farla ricominciare.

ASCOLTA “L’ESTATE STA FINENDO”

Cartolina digitale / Press Link:

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Melis e Simbula vincono il tradizionale Doppio Giallo del Tc Alghero

Nella foto: Flavio Melis e Daniele Simbula premiati dai componenti del Direttivo Stefano Serra e Gabriella Senatore.

Flavio Melis e Daniele Simbula si aggiudicano il tradizionale Doppio Giallo disputato sui campi del Tennis Club Alghero, nella struttura di Maria Pia.

Sono stati ben 44 i soci che hanno preso parte alla manifestazione, confrontandosi sui campi in green set del circolo in una giornata caratterizzata da competizione, divertimento e spirito di condivisione.

Il tabellone, allestito dal giudice arbitro Giuseppe Calise, ha accompagnato i partecipanti fino alle fasi conclusive del torneo. In finale Melis e Simbula hanno avuto la meglio su Antonello Brancati e Matteo Sori, conquistando così il successo nell’edizione di quest’anno.

La numerosa partecipazione ha confermato ancora una volta l’interesse dei soci per uno degli appuntamenti tradizionali dell’attività del Tc Alghero, capace di riunire sui campi di Maria Pia tanti appassionati del circolo.

Al termine degli incontri si è svolta la premiazione dei vincitori, affidata ai componenti del Direttivo Stefano Serra e Gabriella Senatore.

Tc Alghero, una squadra da A1. Fois: «Possiamo puntare alla promozione»

Nella foto: il presidente del Tc Alghero Fabio Fois (foto Antonio Burruni)

«Non ci si può nascondere dietro un dito. Abbiamo una squadra decisamente competiva, con giocatori di classifica mondiale importante: la speranza è quella di portare la squadra in A1. Ma se non ci si dovesse riuscire, non sarebbe un dramma, perchè nello sport non si può mai dire. Sicuramente la squadra è competitiva». Nelle parole del presidente del Tc Alghero Fabio Fois, tutta la fiducia nel suo staff e nel lavoro svolto finora, e la speranza di spingere la squadra della città ancora più in alto.
In autunno, prenderà il via il campionato nazionale di Serie A2 di tennis a squadre, con il Tc Alghero ai nastri di partenza.
Diverse novità nel roster algherese, guidato da capita Gino Asara. Tra gli italiani, al confermato Gabriele Maria Noce (classifica operativa italiana 2.2, numero 850 della classifica mondiale in singolare e 821in doppio ), si aggiungono i neoacquisti Fabrizio Andaloro (1.19, 516 Atp in singolare e 638 in doppio), Gabriele Pennaforti (2.2, 790 in singolare)
Novità anche nella batteria degli stranieri. Con il francese Calvin Hemery (2.1, 318 in singolare, ma 116 otto anni fa, e 989 in doppio) e il tennista dello Zimbabwe Benjamin Lock (2.2, con un passato da 309 in singolare e 154 in doppio) arrivano a Maria Pia anche il francese Cyril Vandermeersch (2.2, 427 in singolare e 790 in doppio) e Ariel Behar Krell (2.3, 101 in doppio, ma 34 due anni fa), fresco reduce dalla vittoria in doppio contro gli azzurri Bolelli/Vavassori che lo ha issato fino alla semifinale di Washington la scorsa settimana.
Un gradito ritorno in maglia algherese è quella di Lorenzo Carboni (2.1, 481 in singolare e 568 in doppio), che potrà essere schierato come “vivaio” assieme a Luca Fasciani (2.7), Michele Fois (2.8), Nicolò Serra (2.8), Francesco Marras (3.3), Fabiano Fois (3.3) e Lorenzo Marras (3.4).
«L’inserimento di Carboni parte da lontano – spiega Fois – Lorenzo, giustamente, negli anni precedenti ha preferito militare in una squadra di serie A, anche a livello contrattuale. Quest’anno, finalmente, siamo riusciti ad averlo con noi. L’accordo che abbiamo chiuso non ci garantisce la presenza in tutte la partite, ma in una parte dei match del girone di qualificiazione e in tutti quelli degli eventuali playoff-promozione».
«Più di così credo che non si possa fare. Abbiamo dimostrato nel tempo di essere un circolo solido e competente. Speriamo che la fortuna ci aiuti», sottolinea il presidente del circolo algherese, che chiosa con un pensiero sull’impianto di gara: «La speranza è quella di riuscire a giocare tutte le partite casalinghe ad Alghero. Ma purtroppo con il campo coperto siamo un po’ in alto mare, quindi siamo in attesa della deroga per giocare nell’indoor del Tc Porto Torres in caso di brutto tempo».

Tennis giovanile, spettacolo al Tc Alghero


Si è conclusa domenica la sesta tappa regionale del Circuito Youth challenge by Head con 126 giovani atleti in campo

Sono stati ben 126 i giovani atleti che per una settimana si sono dati battaglia sui campi in green set del Tc Alghero per la sesta tappa regionale del Circuito Youth challenge by Head.
Otto i tabelloni allestiti dai giudici arbitro Giovanni Delogu e Giuseppe Calise, coadiuvati dagli assistenti Tiziana Solinas, Rosella Delogu e Massimo Contini.

Ecco vincitori e finalisti.
Under 10 maschile: Federico Cuccuru (Tc Porto Torres) b. Filippo Sanna (Tc Portisco).
Under 10 femminile: Viola Biagini (Tc Cagliari) b. Aurora Beretta (Sport Rend Milano).
Under 12 maschile: Enrique Capelli (Junior Tennis Stintino) b. Francesco Cuccureddu (Tc Alghero).
Under 12 femminile: Greta Simbula (Tc Alghero) b. Ginevra Demontis (Accademia Tennis Sassari).
Under 14 maschile: Francesco Marras (Tc Alghero) b. Antonio Soggiu (Tc Alghero).
Under 14 femminile: Karol Urru (Tc Porto Torres) b. Greta Palermo (Cus Sassari).
Under 16 maschile: Mattia Cabeccia (Torres Tennis) b. Italo Spano Torres Sassari).
Under 16 femminile: Karol Urru (Tc Porto Torres) b. Serena Cimino (Tc Alghero).

Nella foto: Premiazione per Greta Simbula e Ginevra Demontis

Alberto Sale si aggiudica il Torneo Tpra Road to Torino

Nella foto: Il vincitore Alberto Sale, il giudice arbitro Giuseppe Calise e il finalista Gianni Occhioni

Alberto Sale si aggiudica il Torneo Tpra Road to Torino, disputato la scorsa settimana sui campi del Tc Alghero.
L’alfiere del Tc Porto Torres si è imposto 6-4, 6-1 in finale sul “padrone di casa” Gianni Occhioni.
Stop in semifinale per altri due portacolori del Tc Alghero, Pietro Saba e Giovanni Delrio.
Ottimo, come sempre, il lavoro del giudice arbitro Giuseppe Calise.
Prossimo appuntamento sul green set algherese a metà luglio, per il torneo regionale giovanile “Under by Head”.

L’aeroporto di Alghero si rinnova

Ma chi torna a casa a piedi la sera cerca ancora un passaggio sicuro

All’aeroporto di Alghero i lavori si vedono eccome. Recinzioni arancioni, barriere metalliche, pali con le luci rosse e bianche che di notte segnano i confini del cantiere. Un intervento importante, atteso, che cambierà in meglio la viabilità e gli accessi all’aerostazione. Fin qui tutto bene.

Il problema emerge quando ci si sposta a piedi, di sera, verso la zona dell’ex scuola di volo Alitalia. Lì, sul lato nord dell’aerostazione, il cantiere ha chiuso il marciapiede che costeggiava la recinzione aeroportuale. Un centinaio di metri, forse meno. Ma erano l’unico percorso pedonale protetto tra la fermata del bus e le abitazioni dei residenti che vivono oltre l’area aeroportuale.

Quel passaggio non c’è più. E al suo posto non è stato messo niente.

Chi scende dall’autobus — compreso l’ultimo della sera, intorno alle 23 — e deve andare a casa, si trova a dover percorrere un giro enormemente più lungo e camminare direttamente sulla strada, in mezzo alle auto che transitano anche a velocità sostenuta e alle vetture in sosta lasciate da chi aspetta i passeggeri in arrivo. Niente marciapiede alternativo, niente percorso segnalato, niente che separi fisicamente il pedone dal traffico.

Di notte, in quel tratto, ci si sente esposti. Perché lo si è.

Non sono grandi numeri, ma sono persone reali: famiglie, lavoratori, anziani, ragazzi che usano il bus tutti i giorni e che adesso devono fare i conti con una situazione che nessuno aveva probabilmente messo in conto quando il cantiere è stato organizzato. «Cammini in mezzo alla strada», dice chi lo fa ogni sera. «Le macchine passano vicine, quelle parcheggiate tolgono ancora più spazio. Non sai dove metterti».

La cosa che colpisce è che la soluzione non sembra lontana. Il marciapiede originale esiste ancora — è stato chiuso, non demolito.

Basterebbe un varco protetto, anche stretto, anche provvisorio, per ridare ai pedoni un passaggio separato dalla carreggiata. Se per ragioni di cantiere non fosse possibile, si potrebbe pensare a un percorso temporaneo segnalato, oppure — soluzione forse ancora più semplice — aggiungere provvisoriamente una fermata del bus verso l’ex scuola di volo, fronte distaccamento dei Vigili del Fuoco aeroportuali, così da avvicinare il punto di discesa alle abitazioni ed evitare il tratto più critico.

Nessuna di queste cose fermerebbe i lavori. Richiederebbero un sopralluogo, qualche ora di lavoro, una decisione.

I cantieri grandi a volte hanno questo effetto: si guarda al risultato finale — giusto farlo — e qualche dettaglio sfugge. Questo è uno di quei dettagli. Non è una colpa, è una di quelle cose che succedono.

Ma adesso che è evidente, vale la pena trovare una soluzione.

Perché ogni sera, a quell’ora, c’è qualcuno che deve solo tornare a casa.

E dovrebbe poterlo fare senza doversi guardare le spalle.

Le fotografie che accompagnano questa segnalazione sono state scattate nell’area interessata dai lavori, nelle ore serali e notturne del 06 giugno 2026 da alcuni residenti che subiscono il disagio.

Marcello Manca all’IPIA di Alghero: una mattinata tra studenti e sport

Mercoledì mattina Marcello Manca, campione del mondo di free boxe, è stato ospite dell’IPIA di Alghero. Ha incontrato insegnanti e studenti, si è seduto con loro, ha parlato. Niente palco, niente microfono ufficiale.

L’iniziativa è venuta dalla scuola. Manca ha accettato e si è presentato. Dopo l’incontro ha scritto un messaggio sui social ringraziando l’istituto per l’accoglienza e dicendo che porterà la giornata con sé “con grande affetto”.

Con i ragazzi si è parlato soprattutto di quello che succede prima di una vittoria. Gli allenamenti, le rinunce, i periodi in cui le cose non vanno. Manca ha raccontato anche alcuni passaggi del match mondiale, quelli che i presenti gli hanno chiesto di ripercorrere. I ragazzi hanno fatto domande. L’atmosfera, a quanto si capisce, era abbastanza informale.

Non è la prima volta che un atleta passa nelle scuole della zona. Di solito queste visite durano un’ora, al massimo un’ora e mezza, e poi ognuno torna alla propria giornata. Questa, almeno dalle parole di chi era presente, sembra sia andata bene.

Santa Maria La Palma Corre, quinta edizione da oltre 230 partecipanti tra corsa, camminata e sapori del territorio

Domenica 24 maggio la borgata ha ospitato la gara podistica sui 13 chilometri e la camminata di 6 km. Sul podio Giuseppe Fenu, Giuseppe Corda, Angelo Canu, Anna Maria Ballone, Michela Pensè e Tiziana Camedda. L’assessore Daga in gara con il pettorale numero 3, e tre bambini: Riccardo Perino, Gabriele Ruiu e Gabriele Carta, tra i protagonisti della giornata.

C’era il sole, c’era il caldo tipico di fine maggio, e c’erano oltre 230 persone pronte a correre o camminare per le strade di Santa Maria La Palma. Domenica 24 maggio è andata in scena la quinta edizione della Santa Maria La Palma Corre, appuntamento ormai consolidato nel calendario sportivo della borgata algherese, organizzato dal Comitato di borgata con la partecipazione delle istituzioni cittadine e il sostegno della comunità locale.

Una manifestazione che, edizione dopo edizione, ha trovato una sua identità precisa: non una gara di élite, non una macchina organizzativa fredda e distante, ma qualcosa di più vicino a una festa di paese con le scarpe da corsa. E anche stavolta ha funzionato.

Duecento e più, tra corsa e camminata

Gli iscritti complessivi hanno superato quota 230, distribuiti tra la prova podistica competitiva sui 13 chilometri e la camminata non competitiva di 6 km. Quest’ultima ha registrato una partecipazione significativa — oltre 100 persone — a conferma che la Santa Maria La Palma Corre non è solo una questione di cronometro. Famiglie, cittadini, appassionati di passeggiate e semplici curiosi hanno scelto di esserci, a modo loro. Ed è una delle cose che rendono questo appuntamento diverso da molte altre gare podistiche del territorio.

Il caldo si è fatto sentire fin dalle prime ore della mattina, ma non ha tolto nulla alla voglia di partecipare. Anzi, c’era un’atmosfera rilassata e positiva, quella che si trova negli eventi che funzionano non perché tutto è perfetto, ma perché la gente ci crede davvero.

Le istituzioni in campo, nel senso letterale

Alla partenza erano presenti il sindaco di Alghero Raimondo Cacciotto e il presidente del Consiglio comunale Mimmo Pirisi, che ha dato lo starter ufficiale alla gara. Presenze istituzionali attese, ma non formali: in una manifestazione come questa, essere lì vuol dire qualcosa.

Il caso più parlato della mattinata, però, è stato un altro. L’assessore allo Sport Enrico Daga si è presentato alla partenza con il pettorale numero 3 e le scarpe da corsa ai piedi, e ha affrontato il percorso da 13 chilometri insieme agli altri atleti. L’invito a partecipare gli era stato rivolto pubblicamente da Amabile Simbula durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento. Daga non si è tirato indietro. Un gesto semplice, che non ha bisogno di grandi commenti: in una gara popolare, un amministratore che scende in campo vale più di qualsiasi discorso ufficiale.

I risultati della gara

Sul piano sportivo, nella prova maschile sui 13 chilometri ha vinto Giuseppe Fenu, precedendo Giuseppe Corda e Angelo Canu.

In campo femminile il primo posto è andato ad Anna Maria Ballone e Michela Pensè che hanno tagliato il traguardo insieme seguite da Tiziana Camedda.

Classifiche brevi, ma meritate. In una gara di questo tipo, dove il confine tra agonismo e partecipazione è sottile, arrivare al traguardo è già un risultato.

Riccardo Perino, Gabriele Ruiu e Gabriele Carta,: i più piccoli sul percorso

Uno dei momenti più apprezzati della giornata è stato vedere tre bambini — Gabriele, Riccardo e l’altro Gabriele — cimentarsi con il percorso da 13 chilometri. Non erano lì per vincere, naturalmente. Ma erano lì, e questo basta. In un’epoca in cui i bambini faticano sempre più a staccarsi dagli schermi, vederli su un percorso di gara, con le gambe in movimento e il fiatone, fa un certo effetto. Per loro va un applauso a parte, indipendente da qualsiasi classifica. Sono loro, in fondo, il futuro di questo appuntamento.

Il terzo tempo, quello che resta

A manifestazione conclusa, è arrivato il momento forse più atteso da molti: il cosiddetto terzo tempo, con i prodotti del territorio a fare da protagonisti. Fragole, pomodorini, vini, miele e altre eccellenze dell’agro algherese hanno animato il momento conviviale che ha chiuso la mattinata. Niente di elaborato, niente di artificioso: solo buon cibo locale, qualche chiacchiera sulla gara appena finita e la soddisfazione di chi ha partecipato a qualcosa che vale la pena fare.

Ha chiuso in bellezza anche l’estrazione finale di prodotti locali, che ha coinvolto i partecipanti e ribadito — se ce ne fosse ancora bisogno — il legame stretto tra questa manifestazione e il territorio che la ospita.

Alla prossima

Alla fine della mattinata, tra chi si asciugava il sudore e chi già riprendeva fiato attorno ai tavoli, il commento più ricorrente era già uno: ci vediamo alla sesta. Perché quando una cosa funziona davvero, non serve aggiungere molto altro.