Marcello Manca premiato dal Panathlon: l’uomo prima del campione

A Sassari il riconoscimento al merito sportivo per il campione del mondo di free boxe: una targa che celebra non solo le vittorie, ma il cuore, il fair play e l’impegno sociale che hanno segnato tutta la sua carriera.

Venerdì 14 novembre 2025, al centro sportivo Centro Le Querce di Sassari, è stata consegnata una targa di riconoscimento al merito sportivo a Marcello Manca. La cerimonia era organizzata dal Panathlon Club Sassari, che lo ha voluto premiare per il suo impegno, i risultati sportivi e il valore umano che ha dimostrato in anni di carriera.

Che premio è

Il Panathlon è un’associazione che promuove lo sport come mezzo di crescita personale e sociale. Il riconoscimento al merito sportivo che consegna è simbolico ma importante: non solo per il risultato agonistico, ma per l’insieme — impegno, etica, fair-play, attaccamento alla comunità. La targa consegnata a Marcello lo sottolinea chiaramente: “alla tua vita sportiva e sociale, hai sempre capitalizzato su passione e cuore. Un premio che riconosca il tuo fair play è il grazie che il Panathlon Club Sassari ti porge”. (come recita la targa)

Perché Marcello Manca

Marcello è un atleta particolare: ex pugile professionista, originario di Alghero, che non si è fermato dopo il ritiro “classico”. Ha cambiato disciplina e si è cimentato nella free-boxe — una disciplina ibrida, più libera, che mescola pugilato, colpi vari, movimenti meno rigidamente regolamentati.

Nel 2025 ha conquistato il titolo mondiale di free-boxe. Questo traguardo, insieme al bagaglio sportivo precedente (decine di incontri, titoli regionali e nazionali nella boxe tradizionale) lo rendono significato per la sua comunità: Alghero, Sassari, Sardegna.

Con il premio del Panathlon, viene riconosciuto non solo il “campione”, ma l’esempio: chi non ha mollato, chi ha esplorato nuovi orizzonti, chi è simbolo di sport oltre il ring.

Cosa è successo alla cerimonia

L’evento si è tenuto presso il centro “Le Querce” a Sassari, in un contesto curato dal Panathlon.

È stata consegnata la targa: una lastra elegante con cornice dorata, scritte blu su fondo chiaro, che recita: «A Marcello Manca, grande uomo, atleta e campione. La tua vita sportiva e sociale fa capire che oltre l’impegno fisico, hai sempre capitalizzato su passione e cuore. Un premio che riconosca il tuo fair play è il grazie che il Panathlon Club Sassari ti porge.» (Sassari, 14 novembre 2025)

Il gesto ha un valore simbolico: premiare chi ha dato qualcosa in più — alla disciplina, all’ambiente, al territorio.

Marcello ha ringraziato pubblicamente il Club Panathlon, definendo l’onorificenza «un grande onore e una profonda emozione».

Il punto non è il trofeo

In tempi in cui lo sport è spesso ridotto a «solo risultato», premiare anche il percorso, il “come” si arriva, è un atto che conta.

Per la Sardegna – e in particolare per Sassari/Alghero – significa valorizzare uno degli sportivi locali, lasciando traccia di una carriera che ha radici “old school”, dura, sporca, quella vera di palestra e sacchi consumati” (quelle della boxe) e ali nuove (il salto nella free-boxe).

Per Marcello stesso: non solo un trofeo in più, ma un riconoscimento al lavoro, alla visibilità e all’esempio.

Due cose da sapere

Marcello Manca ha 38 anni (nel 2025) e ha chiuso la carriera professionistica da pugile imbattuto — poi ha continuato in free-boxe.

Il titolo mondiale di free-boxe è arrivato nel 2025.

uno sportivo vero, con la storia alle spalle, che oggi viene celebrato nel suo territorio. Non è solo un ring, è anche cittadinanza, è responsabilità, è “fare bene” fuori dai riflettori. Per Marcello Manca non solo un premio, ma una conferma: la strada che ha scelto ha senso.

Fabrizio nel cuore

“Sic parvis magna”

Lo scorso 22 luglio ci ha lasciato, a soli 17 anni, Fabrizio Calaresu, giovane atleta di Taekwondo della ASD Taekwondo Olmedo, vittima di un tragico incidente in moto.

Fabrizio aveva iniziato da piccolissimo a praticare il Taekwondo e, al di là delle sue doti tecniche che lo proiettavano verso l’alto livello, era l’allievo che incarnava alla perfezione l’essenza di questa arte marziale e i suoi principi fondamentali di cortesia, integrità, perseveranza, autocontrollo e spirito indomito, qualità che Fabrizio esprimeva ogni giorno, dentro e fuori dal tatami.

Oltre ad essere un atleta esemplare, era anche uno studente modello dell’I.I.S. Mario Paglietti di Porto Torres, distinguendosi per impegno, serietà e dedizione nello studio.

Aveva una naturale vocazione all’altruismo, e per questo sognava di arruolarsi nelle forze dell’ordine, per continuare a mettersi al servizio degli altri.

Un punto di riferimento e una spalla su cui contare per i suoi compagni, un valore aggiunto per la sua società e per i suoi maestri, che lo hanno visto crescere e diventare Uomo.

Amatissimo da tutta la famiglia, un fratello e amico per Chiara, un aiuto affidabile nella quotidianità per mamma Lorenza e papà Tino, orgoglio e sostegno per i nonni Giulia, Antonio e Francesca.

Un leader alla pari per il suo splendido gruppo di amici, che ancora oggi continuano a dimostrargli un affetto sincero e profondo.

Per Fabrizio l’importante era crederci sempre. Lo aveva imparato fin da bambino, e la frase che campeggia ancora nella sua palestra, “Segui sempre il tuo sogno”, era il suo faro. Diceva spesso “Fai la tua parte”, e lui la sua l’ha fatta, eccome. La dimostrazione è nel segno indelebile che ha lasciato in chi lo ha conosciuto, nella bontà d’animo, nella positività, nell’eleganza, nell’educazione e nel suo sorriso contagioso.

Fabrizio continua a vivere in ogni gesto tecnico, in ogni vittoria, in ogni goccia di sudore durante gli allenamenti, in ogni Kiai urlato dai suoi compagni in gara. Il suo motto preferito, “Sic parvis magna” ovvero dalle piccole cose derivano le grandi, che racchiude perfettamente la sua essenza, un ragazzo che, con umiltà e determinazione, stava costruendo qualcosa di grande.

Oggi, il suo Maestro Stefano Piras e il suo Team  vogliono ricordarlo così: “Fabrizio è e resterà per sempre parte della nostra famiglia.

La sua forza, la sua umiltà e il suo sorriso resteranno un esempio per tutti noi. Ogni volta che entreremo in palestra, sentiremo la sua presenza, perché Fabrizio vive ancora, nel cuore di chi lo ama e nello spirito del Taekwondo.” 

Ciao Fabri, ci impegneremo, grazie a te, a fare sempre la nostra parte.

Sic parvis magna. Fabrizio nel cuore.

Alghero si ferma. E sceglie di non girarsi dall’altra parte

Nel pomeriggio di domenica, Alghero si è fermata.
Non per protesta, non per moda. Per guardarsi dentro.

Un corteo composto ha attraversato la città, partendo dalle Ramblas e arrivando fino a Piazza Sulis, dove si è fermato in silenzio.
In strada c’era di tutto: ragazzi, genitori, insegnanti, volti che magari non si vedono mai insieme. Qualche bandiera della Palestina sventolava qua e là, portata con rispetto, senza toni di scontro né simboli di parte. Nessun comizio, nessuna esasperazione. Solo persone.
E quel silenzio strano, che a volte dice più di mille parole.

Si è parlato poco, ma si è capito tutto.
Che la guerra, qualunque nome abbia, è sempre la stessa: bambini che non giocano più, case sbriciolate, genitori che smettono di promettere il domani.

E allora Alghero ha fatto quello che doveva: non restare indifferente.
Non servono proclami o delibere per stare dalla parte giusta. Bastava esserci. Guardarsi attorno e capire che la pace, quella vera, non è un’idea lontana: è una scelta, ogni giorno.

C’era chi teneva un cartello, chi una mano, chi solo il respiro. Tutti uniti da qualcosa di semplice e potente: la consapevolezza che i diritti umani non sono un argomento per esperti, ma una faccenda nostra, quotidiana.

E c’erano almeno 2.500 persone, diverse tra loro ma composte, ordinate, solidali, mosse tutte dalla stessa volontà: rivendicare la primazia del diritto e della pace.
Una folla variegata, ma senza confusione, capace di esprimere unità senza bisogno di parole, con quella calma che solo le comunità mature sanno avere.
Si è stimata la presenza di oltre duemilacinquecento cittadini, rimasti a lungo in Piazza Sulis, in un clima di silenzio, rispetto e partecipazione autentica.

Alghero, ieri, ha ricordato che la dignità non ha bandiera.
Che la guerra è un fallimento collettivo.
E che i bambini — tutti, ovunque — hanno diritto di restare bambini, di immaginare un futuro, di diventare adulti che sapranno proteggere altri bambini.

Non c’è stato un discorso ufficiale, ma parole di pace pronunciate ai microfoni con tono pacato e sincero, lontano da ogni comizio o da qualunque agitprop di piazza.
Momenti di riflessione, più che interventi, condivisi con semplicità e rispetto.

Tra questi, uno dei momenti più sentiti è stato l’intervento di don Lorenzo, parroco di Sa Segada.
Le sue parole hanno ricordato che tutti possiamo stare insieme per un obiettivo più alto, senza divisioni.
Il senso — ha detto — è che dobbiamo assumere un ruolo attivo come cittadini, a prescindere da chi governa, e impegnarci ogni giorno a promuovere la pace, l’onestà e la fratellanza tra i popoli, lottando per l’affermazione dei diritti umani e contro ogni forma di genocidio in atto.
Parole semplici, ma di peso, accolte da un lungo applauso silenzioso.

Perché certe cose non si gridano. Si ascoltano.
E ieri, ad Alghero, si è sentito forte: la città è viva.

DA GAZA A SA SEGADA

Dal racconto delle ferite di Gaza al desiderio di pace che nasce anche nelle borgate sarde

Il 21 agosto, nella borgata rurale di Sa Segada, ad Alghero, si terrà un incontro dal forte valore umano e comunitario: la presentazione del libro Sotto il cielo di Gaza, alla presenza degli autori Nandino Capovilla e Betta Tusset.

L’iniziativa, organizzata dalla Parrocchia di N.S. di Loreto e dal Comitato Sa Segada Tanca Farrà, in collaborazione con il gruppo Alghero per Gaza, nasce dalla volontà di offrire un momento di riflessione condivisa sul tema della pace e della dignità umana.

Non è un evento politico.
Non è una presa di posizione ideologica.
È una comunità che sceglie di ascoltare, capire, fare memoria.
Perché la pace non si costruisce nei palazzi, ma nei territori. A partire dalle borgate.


Un libro che raccoglie voci

Sotto il cielo di Gaza è il risultato di una lunga conversazione con un funzionario dell’OCHA, l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari. Un racconto diretto, concreto, che dà voce a chi vive quotidianamente dentro un conflitto troppo spesso ridotto a numeri o titoli di giornale.

Nel libro si intrecciano storie vere, memorie, approfondimenti giuridici e le preghiere di Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme. È un lavoro che invita a comprendere, non a schierarsi. A riflettere, non a giudicare. A riconoscere l’umanità prima di qualsiasi altra cosa.

Gli autori si definiscono “raccoglitori di storie”: hanno ascoltato la voce dell’OCHA, trasformando conversazioni e testimonianze in racconti e riflessioni. Sotto il cielo di Gaza è un invito a non dimenticare i volti delle vittime ridotte a numeri, un richiamo forte a riflettere, pregare e dire la verità, fondamento di ogni pace. Il volume è arricchito da due mappe elaborate dall’OCHA che mostrano, tra 2023 e 2024, i cambiamenti nelle condizioni di accesso e libertà di movimento a Gaza e in Cisgiordania.


I bambini, il futuro che non può aspettare

In ogni guerra ci sono sempre i più fragili. I bambini.
Perdono la scuola, il gioco, quella normalità che dovrebbe essere scontata. Crescono troppo in fretta, con ferite che non si vedono subito ma che restano.

Ed è pensando a loro che anche comunità piccole come le nostre sentono il dovere di fare la propria parte. Non servono grandi proclami, basta un gesto semplice: fermarsi, ascoltare, non girarsi dall’altra parte.

Perché l’infanzia non dovrebbe mai essere rubata, da nessuna parte del mondo. E la pace deve essere qualcosa di più di una semplice idea.


Una borgata che apre le porte

Che l’incontro si tenga a Sa Segada non è un caso. Qui, nelle borgate, la comunità sa ancora riunirsi attorno a valori semplici ma essenziali: l’ascolto, la solidarietà, il prendersi cura.
Accogliere questo libro significa dire che la pace non è lontana né astratta: si costruisce anche qui, nei luoghi che spesso non fanno notizia ma che custodiscono il senso della comunità.


Gli autori

Nandino Capovilla, parroco a Marghera, è da anni impegnato in progetti di inclusione sociale e nel dialogo tra culture e religioni. È stato coordinatore nazionale di Pax Christi e continua a portare avanti iniziative concrete a favore delle persone fragili.
Betta Tusset, coautrice, si occupa da tempo di scrittura sociale, in particolare legata a storie di migrazione, resistenza civile e dignità.


Un invito aperto a tutti

L’incontro è aperto alla cittadinanza. Tutti sono invitati a partecipare.

📅 21 agosto – ore 19.30
📍 Sa Segada – Alghero
📧 algheropergaza@gmail.com
🎟 Ingresso libero

Un gesto piccolo, ma necessario.
Il 21 agosto, a Sa Segada, sarà quel gesto.

Sa Segada – Il presente in bianco e nero

Di fronte al tempo che passa, ci sono luoghi che sembrano dissolversi nel silenzio. Ma Sa Segada non scompare: resta. Parla. Con voce sommessa, ma presente. Una voce che ha ancora qualcosa da dire.

Il cuore della comunità: la fede che resiste

Nella piazza centrale, la chiesa di Nostra Signora di Loreto è chiusa da anni. Le crepe nei muri sono diventate parte del paesaggio, come se il tempo avesse inciso la sua firma sull’intonaco. Ma se la struttura è inagibile, lo spirito della comunità è più saldo che mai. Le funzioni religiose, i funerali, i momenti più solenni e intimi si celebrano in una sala raccolta, accanto al bar, che un tempo ospitava le attività della Pro Loco. È lì che la borgata si ritrova, in una sacralità fatta di semplicità, rispetto, necessità. Il parroco, don Lorenzo, continua a esserci, senza clamore. Come un guardiano silenzioso che conosce il valore delle piccole fedeltà.

ex ritrovo ora adibito per la messa

Il bar di Patrizia: più di un locale, una comunità

C’è un luogo, a Sa Segada, che non ha mai smesso di essere vivo. Il Bar dello Sport. Lo gestisce Patrizia, con una presenza che non ha bisogno di scenografie. È lì, ogni giorno, come una pagina che si riapre all’alba. Patrizia è originaria della borgata, e nel suo locale non si entra solo per un caffè. Ci si va per parlare, per scambiare un saluto, per sentirsi meno soli. Il bar è un presidio umano, un punto di riferimento che ha resistito alle chiusure, agli inverni lunghi, ai cambiamenti. Accanto al bar un tempo si giocava a bocce, si correva sul campo di calcetto, si tifava, si festeggiava. E anche se oggi quei rumori si sono attenuati, il calore che attraversa quel piccolo spazio racconta una vitalità che non si è spenta. Patrizia è, senza volerlo, la custode di un’intera stagione della borgata. E continua a esserlo, ogni volta che apre la porta, ogni volta che ascolta.

storico campo di bocce di Sa Segada

Il Comitato di Borgata: la memoria in azione

Se il bar è il cuore pulsante, il Comitato di Borgata di Sa Segada – Tanca Farrà è la memoria che cammina. La sua sede si trova nell’ex scuola elementare: un edificio che da tempo ha smesso di accogliere bambini, ma che ha ritrovato nuova vita grazie ad attività culturali, ricreative e sociali. Sotto la guida del presidente Antonio Zidda, il Comitato non si limita a organizzare eventi: raccoglie storie, tiene insieme le generazioni, costruisce legami. La Festa della Fragola, ogni primavera, è molto più di una sagra: è un rito collettivo. Famiglie, visitatori, bambini, anziani – tutti tornano per condividere un’atmosfera che ha il sapore genuino dell’identità. È anche grazie a questo impegno costante che Sa Segada continua a sentirsi una comunità, e non soltanto un punto sulla mappa.

I servizi perduti: una piazza che cerca risposte

Ci sono segni che parlano più delle parole. L’ex ambulatorio medico. L’ex ufficio postale. Lo spaccio alimentare di Onelio e Raffelina, un tempo presidio quotidiano e affettivo. E la scuola elementare, oggi diventata sede del Comitato di Borgata. Un pezzo alla volta, molti servizi sono andati via. Ma non tutto è perduto. La scuola materna è ancora attiva, grazie al servizio comunale che garantisce il trasporto con un’assistente a bordo del pulmino. È una piccola cosa, ma è anche un segno concreto di attenzione. Un filo sottile che lega i bambini al territorio, e quindi al futuro.

Sport e identità: gli impianti dimenticati

Chi ricorda Sa Segada negli anni Ottanta e Novanta, la ricorda anche per il suo spirito sportivo. I campi di bocce, tra i più frequentati dell’agro. Il campo di calcetto, teatro di serate vivaci, grida gioiose, sfide appassionate. Il campo sportivo, ancora lì, ma spesso usato come parcheggio. Sono spazi che hanno plasmato un’identità collettiva, e che oggi meritano una nuova possibilità. Potrebbero essere centri per giovani, luoghi di benessere e incontro. Invece, per ora, restano sospesi. Come in attesa di un nuovo fischio d’inizio.

il campo sportivo

Il paradosso dello sviluppo: attraversata ma invisibile

La posizione di Sa Segada è strategica. L’aeroporto “Riviera del Corallo” sorge nel suo territorio. La nuova linea ferroviaria a idrogeno e la futura arteria stradale veloce passeranno proprio da qui. Tutto intorno corre veloce. Eppure, il rischio è che Sa Segada venga attraversata ma non vissuta, inclusa ma dimenticata. La modernità avanza, ma senza toccare il cuore delle persone che abitano queste borgate. È il paradosso del progresso: passare ovunque, tranne dove serve fermarsi davvero.

Foto: Michiel1972 / Wikimedia Commons (CC BY-SA 3.0)

La voce che non smette

Sa Segada non ha megafoni. Ma ha memoria. Ha volti, storie, abitudini. Ha luoghi che resistono e persone che non mollano. È una comunità che non si lamenta: semina. Non urla: attende. Non dimentica: trasmette.

La sua voce è fatta di silenzi che chiedono ascolto. Di finestre ancora aperte. Di bambini che salgono sul pulmino la mattina. Di Patrizia che accende la macchina del caffè. Di un parroco che celebra Messa in una sala adattata. Di un campo sportivo che aspetta solo un pallone. Di una chiesa che attende di rinascere, come tutto il resto.

“Una chiesa in attesa. Una comunità che non ha mai smesso di crederci.”